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Barak, una Waterloo per i laburisti ma un bene per Israele

di Claudio Pagliara | 26 marzo, 2009

Leggi L’articolo di Claudio Pagliara su:”L’Occidentale”

Categoria: Politica | Nessun commento »

100 anni di Tel Aviv

di Claudio Pagliara | 25 marzo, 2009

Quando posso, trascorro i fine settimana a Tel Aviv. Ho trovato anche un rifugio, un angolo di letture e riflessioni, un piccolo appartamento a Jaffa, città dalla storia millenaria, oggi satellite della moderna e palpitante capitale economica e culturale di Israele. Dal belvedere di Jaffa, si ammirano le torri allineate sul lungomare, i pescatori che gettano la lenza tra gli scogli, i surfisti che cavalcano le onde.

Tel Aviv si appresta a compiere 100 anni. E’ una città occidentale e levantina al tempo stesso, vera cerniera tra due mondi. Gli israeliani ne parlano spesso e volentieri come di una “????”, una bolla: il conflitto vi arriva attutito. L’appellativo, secondo me, non rende giustizia alla città, che svela il sogno dei più di una vita normale, un sogno negato.

In occasione del Centenario, e’ uscito in libreria “Tel Aviv, Short Stories”, una antologia di storie scritte da scrittori e giornalisti “anglo-israliani”. Vi propongo la “clip” del libro. E attendo i vostri commenti, non solo sulla clip, ma sopratutto su Tel Aviv…

 

Tel Aviv, Short Stories

Categoria: Cultura | 8 Commenti »

Gaza, Hamas, la gente

di Claudio Pagliara | 24 marzo, 2009

Gaza non e’ il posto piu’ povero del pianeta. Basta dare un’occhiata alle immagini   che giungono da Darfour per rendersi conto che ci sono realta’ ben piu’ drammatiche. Ma c’e’ un fatto che rende unica la situazione nella Striscia: la completa chiusura dei suoi confini.

Hamas continua a tenere prigioniero Gilad Shalit, usa la Striscia di Gaza come base di lancio per i suoi razzi contro quello che chiama “il nemico sionista”. Israele reagisce imonendo una completa chiusura dei confini, con eccezione per lo strettissimo indispensabile.

Solo personale umanitario e giornalisti possono attraversare il valico di Eretz. L’altro valico, quello di Rafah, al confine con l’Egitto, e’ chiuso da quando Hamas ha preso il potere cacciando gli uomini del partito Fatah del presidnete palestinese Abu Mazen.

La chiusura ha trasformato di fatto Gaza in una grande prigione a cielo aperto. Al di  la’ di ogni considerazione sulle responsabilita’ , un milione e mezzo di abitanti vive una condizione intollerabile.

Ho trovato interessante, in questa chiave, il video prodotto da Yoni Goodman, l’uomo che ha realizzato i disegni animati di Walzer con Bashir, il film israeliano che per un soffio non ha vinto quest’anno  l’Oscar. Ve lo propongo, con un augurio per gli amici palestinesi di Gaza di poter tornare ad avere presto un vita normale

Closed Zone

Categoria: Politica | 4 Commenti »

Barak, ambizione o senso del dovere?

di Claudio Pagliara | 23 marzo, 2009

Gerusalemme. Benjamin Netanyahu e Ehud Barak hanno servito la patria insieme già una volta, nella più famosa delle unità speciali dell’esercito israeliano, Sayeret Matkal. Barak ha diretto il corpo d’elite che, tra l’altro, nel 1976 riuscì a liberare 100 ostaggi nelle mani di terroristi palestinesi ad Entebbe, in Uganda. Benjamin Netanyahu all’epoca era un sottoposto. Suo fratello, Yonatan Netanyahu, rimase ucciso proprio ad Entebbe.
Ora i due leader, che da quando sono in politica militano su fronti opposti (Netanyahu nella destra che non ha ancora del tutto cessato di credere nel sogno della Grande Israele e Barak nel partito laburista che fu di Yitzhak Rabin, il padre degli accordi di Oslo) potrebbero ritrovarsi nello stesso governo. I ruoli sarebbero invertiti rispetto al passato militare: Netanyahu nei panni di premier e Barak in quelli di ministro della Difesa

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La decisione di Barak di considerare seriamente l’offerta di Netanyahu rischia di provocare una scissione nel partito laburista. Dopo la batosta elettorale del 10 febbraio, che ha visto i laburisti toccare il minimo storico, l’opposizione sembrava l’unica strada possibile. La scelta controcorrente di Barak ha spaccato il partito, con una buona metà della leadership che lo accusa di voler entrare nel governo per ragioni personali.Barak però giustifica la sua posizione con considerazioni legate al quadro geopolitico. Ritiene che la vera emergenza prossima ventura sia rappresentata dal programma nucleare iraniano.

Due eroi di guerra, Netanyahu e Barak, per far fronte alla sfida lanciata dagli ayatollah di Teheran? Non e’ così improbabile. Basta leggere l’editoriale di Roger Cohen sull’Herald Tribune. Secondo l’opinionista, Israele ritiene che il punto di non ritorno del programma nucleare iraniano sia la produzione di altri 500 chili di uranio arricchito, in più ai 1000 già in suo possesso. Cohen riporta l’opinione di una fonte israeliana anonima: “E’ stabilito che quando un Paese che non riconosce il diritto di Israele ad esistere sta per raggiungere la soglia nucleare, noi interveniamo”.
A dispetto delle recentissime aperture a Teheran del Presidente Obama, l’establishment di sicurezza israeliano ritiene che il tempo a disposizione della diplomazia stia volgendo al termine. Dietro la sorprendente mossa di Barak potrebbe esserci la sua volontà di servire il Paese, nel momento: il cui e’ chiamato alle decisioni più difficili della sua storia.

Categoria: Politica | 1 Commento »

Israele, miracoli e bombe

di Claudio Pagliara | 22 marzo, 2009

Gerusalemme. – “Un miracolo ha impedito una tragedia di grandi proporzioni”. Il premier uscente Ehud Olmert non ha minimizzato la portata del fallito attentato di ieri sera ad Haifa, città mista, simbolo della coesistenza tra maggiorana ebrea e minoranza araba. E parlando di miracolo ha ammesso che solo una circostanza fortuita, la prematura esplosione di una parte dell’ordigno, ha scongiurato una strage. L’auto, probabilmente rubata, imbottita di esplosivo era parcheggiata non lontano dal centro commerciale Lev Hamifratz. Un’esplosione minore dell’ordigno ha fatto scattare l’allarme. Il centro commerciale, a “mozei shabbat”, la fine del sabato festivo ebraico, affollatissimo, e’ stato evacuato. “All’inizio credevamo si trattasse di un’esercitazione”, mi dice una testimone. La polizia ha setacciato tutta la zona, temendo altre cariche esplosive.

L’attentato e’ stato rivendicato dai “combattenti per la liberazione della Galilea”, una sigla che secondo gli inquirenti in realtà compre altre organizzazioni terroristiche che preferiscono restare nell’ombra. Il comandante del nucleo di polizia del Nord, Shimon Koren, ha detto che ricerche dei responsabili sono in corso in tutto il nord del Paese.

Haifa e’ una città abitata da ebrei, musulmani e cristiani. L’ondata di terrore che ha insanguinato Israele all’inizio del 2000 non l’ha risparmiata. L’ultimo grande attentato risale al 2005: una donna palestinese si fece esplodere nel ristorante Maxim, uccidendo una ventina di persone, tra cui anche alcuni arabi.

Il ritorno del terrorismo mentre il premier designato Bibi Netaniahu ha chiesto altre due settimane di tempo per presentare il suo governo, nella speranza di estendere la coalizione ai laburisti di Ehud Barak.

Categoria: Terrorismo | Nessun commento »

Sulle Orme di Gesu’ – Speciale Tg1 del 28 dicembre 2008

di Claudio Pagliara | 20 marzo, 2009

Sulle Orme di Gesu’

Per vedere il documentario cliccare qui

Categoria: Religioni | 4 Commenti »

“Mubarak all’inferno”: un profilo di Avigdor Lieberman

di Claudio Pagliara | 20 marzo, 2009

Gerusalemme. “Siamo pronti a dimenticare le dichiarazioni passate e a guardare avanti”. Così l’ambasciatore egiziano in Israele, Yasser Rida, ad un parlamentare del Likud, in un recente faccia a faccia. Le dichiarazioni passate che l’Egitto è pronto a dimenticare sono quelle di Avigdor Lieberman. Con il suo linguaggio schietto, affilato, il leader di Israel Beitenu è la versione mediorentale del leader della Lega Umberto Bossi. “Mubarak? Che vada all’inferno”, “Se l’Egitto ci attacca, bombarderemo la diga di Assuan” sono esempi del suo poco diplomatico approccio nei riguardi dell’alleato arabo. E ora proprio lui sembra destinato a guidare la diplomazia israeliana nell’anno in cui il nodo iraniano rischia di venire drammaticamente al pettine.

La sinistra israeliana, uscita annientata dalle elezioni del 10 febbraio, lo vede con il fumo agli occhi. David Grossman lo ha chiamato “un piromane messo alla guida dei pompieri”. I palestinesi moderati, come l’eterno negoziatre Saaeb Erekat, lo hanno bollato col peggiore degli epiteti: razzista. Ma “Yvet”, il soprannome per gli amici, omaggio alla nonna Eva, ha stupito i suoi detrattori dicendo di essere pronto ad abbandonare la sua casa nell’insediamento ebraico di Nokdim, alle porte di Betlemme, in caso di accordo di pace.

Lieberman è un personaggio poliedrico. Da giovane, in Moldavia faceva il buttafuori in locali notturni, ma in Israele, dov’è emigrato all’inizio degli anni Ottanta, non si è solo scoperto un leader in grado di trascinare in due legislature il suo partito al terzo posto, ma anche businessman e sceneggiatore. Quattro anni bussò alla porta di Idit Shehori, sceneggiatrice di fama internazionale, per presentarle il porgetto di un thriller storico sull’Islam. Prese anche contatti con un produttore americano, per la realizzazione del film. “E’ stata la più grande sorpresa della mia vita – racconta ora la Shehori – Non condivido nulla delle sue idee politiche, ma Yvet è una persona che sa scrivere. E che ama il cinema”.  Il progetto, che non è mai decollato, è all’origine dei guai giudiziari di Lieberman, finito nel mirino degli inquirenti per i lauti stipendi, decine di migliaia di dollari, versati sul suo conto dalla società della figlia, Michal Lieberman, la stessa società che ha anche finanziato il progetto cinematografico.

Lieberman non usa giri di parole. In campagna elettorale ha cavalcato la tigre della paura di un fronte interno, la minoranza arabo-israliana scesa in piazza a fianco dei palestinesi durante la guerra a Gaza, minacciando di chiedere una dichiarazione di fedeltà come condizione per la cittadinanza. Il leader di Israel Beitenu ritiene superato il principio “pace in cambio dei territori”; non crede che il conflitto arabo israliano abbia un’origine territoriale; è convinto che Israele si trovi nella prima linea di uno scontro tra Islam radicale e Occidente.

Le sue parole spesso sono travisate stumentalmente. Una accusa ricorrente lo descrive come propugnatore della deportazione della minoranza araba. La proposta di Lieberman, invece, è quella di ridisegnare i confini di Israele lungo linee etniche, proponendo all’Autorità Palestinese l’annessione delle aree oggi sotto sovranità israeliana e popolate da una schiacciante maggioranza araba in cambio del trasferimento sotto autorità israliana degli insediamenti in Cisgiordania. Una proposta che non è in contraddizione  con la formula “due stati due popoli”.

Ma se, come oggi appare probabile, il governo Netanyahu sarà formato dai soli partiti di destra, sarà davvero Lieberman a procurare i maggiori mal di pancia internazionali al futuro premier? Lo esclude Danny Ayalon, ex ambasciatore israliano negli Usa, arruolato nella squadra di Israel Beitenu. “Nella nostra piattaforma non c’è nulla contro un particolare gruppo etnico. L’unica distinzione che facciamo è tra coloro che sostengono il terrorismo e coloro che vi si oppongono” . Ma un ministro degli Esteri guardato con sospetto dal mondo arabo non è destinato ad entrare in rotta di collisione con l’amministrazione Obama? Ayalon sorride dietro gli occhiali rotondi. “Le relazioni tra Israele e Stati Uniti sono strategiche. Abbiamo gli stessi valori e gli stessi interessi. Specialmente in tempi pericolosi, quali quelli attuali. La vera minaccia oggi è l’Iran, un Iran nucleare, estremista e sostenitore del terrorismo”.

A non far trascorrere notti serene a Netaniahu non è Lieberman. E’ la fragilità di una maggioranza di destra, divisa anche da rivalità personali, che rischia di rendere perigliosa la navigazione del nuovo esecutivo. Per questo, discretamente ma non troppo, il premier incaricato continua a mandare messaggi in direzione di Tzipi Livni. Con scarse aspettative, ma non del tutto nulle. Tant’è che Netaniahu sembra intenzionato a chiedere al presidente Shimon Peres altre due settimane di tempo prima di presentare il suo governo alla Knesset per il voto di fiducia.

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